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Paolo Benvegnù racconta l’umanità che popola il nostro mondo

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Non so se la categoria di rock italiano d’autore abbia davvero un senso, ma sono certo che Paolo Benvegnù ne sia uno dei migliori esponenti.

Earth Hotel” esce a quasi quattro anni di distanza da “Hermann”, lavoro con il quale Benvegnù era uscito dagli angusti confini della musica “indie” per approdare a più vaste e meritate platee ed era pertanto atteso come esame di maturità che, a parere del sottoscritto, è stato pienamente superato.

Il lavoro si presenta come un concept album, in cui le 12 canzoni sono pensate come altrettante stanze, all’interno delle quali i protagonisti ci rendono partecipi delle loro più intime riflessioni: in questo modo Benvegnù può raccontarci l’incanto ed il disinganno dell’amore, della solitudine, della vita umana stessa.

Si parte con “Nello spazio profondo”, musicalmente molto vicina a certi pezzi degli Scisma (indimenticata band di cui, negli anni 90, Benvegnù era il leader), dal testo struggente (“è incredibile come si possa imitare il silenzio ed è incredibile quanto mi manca sfiorarti, quanto mi manchi”).

La successiva “Una nuova innocenza”, incentrata sul tema dell’amore paterno, è forse la sola a ricordare le atmosfere più scarne di “Hermann”, mentre “Nuovosonettomaoista” è una sorta di manifesto “politico”, in cui viene recitata (quasi si trattasse di uno spoken word) una feroce contumelia che non risparmia nessuno di noi: ”l’esistenza è una ruota che giri vorticosamente, perché questa è una restaurazione crudele e velocissima; che tra 50 anni non mi si venga a dire: “mio dio quanto erano mediocri ciechi vili trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo””.

Avenida silencio” colpisce per l’andatura ammaliante ed il testo cantato in diverse lingue e col suo finale a base di sintetizzatori anni 80 ed anticipa quello che è l’episodio, a mio vedere, più debole del lavoro, la ballata acustica “Life”.

I protagonisti di “Feed the destruction” e “Stefan Zweig” sembrano invece viaggiare invece in coppia, ma su binari paralleli, in quanto entrambi a disagio nella caotica vita moderna, ma con il primo che sembra quasi godere del proprio rancore ed il secondo che, invece, si compiace del suo essere fuori luogo (”come vorrei ingannarmi ancora”).

Divisionisti” è semplicemente bellissima, col suo refrain martellante di archi che si stacca sopra intrecci complicati tra piano e chitarre, così come la successiva “Orlando”, così scarna e così degna della targa Tenco.

Il trittico finale si apre con “Piccola pornografia urbana”, dalla ritmica quasi dance e prosegue con la ninna nanna di “Hannah”, che ha il grande merito (per il sottoscritto) di portare alla mente le atmosfere dolenti dei Black Heart Procession, e si chiude con “Sempiterni sguardi e primati”, dal testo di difficile comprensione e molto evocativo, che si chiude con una enigmatica annunciazione: “Eppure è tutto vero, anche se non c’è niente”.

Senza dubbio uno dei dischi italiani del 2014.

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