LA POLITICA È QUELLA FORMA DI SPETTACOLO…

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Nei tempi che corrono, con radici in un passato che si preferirebbe metter fuori fuoco, ogni aspetto della politica viene declinato in forma di spettacolo.
Con gli astanti che cercano, desiderano, sperano di non esser caduti in una delle comiche oppure tragiche forme di rappresentazione.
Politica, sostantivo divenuto infausto nell’epoca contemporanea, pressoché sinonimo in teoria ed in prassi di interferenza negli aspetti organizzativi che dirigono la vita pubblica, secondo principi oppure direttive fatte valere nell’esercizio di un’attività ovvero di un potere decisionale.
La vera disgrazia è pur sempre quella di metter su un brutto spettacolo, auspicando che la forma sia ben sostenuta dalla sostanza, dai contenuti, dalle idee.
Occorre tener conto che far parte del mondo dello spettacolo significa aver molto studiato, maturato esperienze serie e faticose, disporre di talento, dimostrare d’aver buon gusto e spirito di sacrificio e addirittura caparbietà.
Inoltre ci si deve preoccupare del pubblico offrendo sempre aspetti nuovi ben ancorati nel rispetto di tradizioni, tecniche, storia personale e contesto sociale.
Insomma agli artisti viene richiesta serietà anche quando fanno la loro comparsa da buffoni o giullari in scena.
Quella caratteristica che i politici di professione, come pure i loro aspiranti stregoni, ritengono non sia necessario avere.
Al politico è sufficiente esserci.
Talvolta invece esso ritiene sia sufficiente farsi mandare.
In ogni caso lavorando poco su una bella regola del mondo dello spettacolo, divenuta tale per condivisione, com’è quella delle entrate e delle uscite, capaci di accrescere il valore del contenuto, della rappresentazione.
Al contrario il sistema più in voga è quello dell’espediente, condizione di mediocrità che si vorrebbe dettata da motivi pratici, pur essendo chiara e semplicistica ricerca di un vantaggio immediato.
Questo fastidioso atteggiamento si poggia sul teatrale concetto di spazio vuoto, secondo in cui un qualsiasi luogo può diventare luogo deputato per un’azione che infine viene portata a compimento dall’attore; e questo è in effetti tutto quel che occorre per inizi un atto teatrale.
In termini pratici accade che il politico si rechi a far visita ad un convegno di qualsiasi natura si voglia, invitato o meno, affinché secondo la formula rituale porti i suoi saluti ed eventualmente quelli dell’istituzione rappresentata.
Soave, diplomatica, blanda, la rappresentazione può assumere contorni piacevoli se condotta con educazione e tatto, strumenti indispensabili per curare le pubbliche relazioni.
Tuttavia la scena del convegno non era affatto vuota, anzi una rappresentazione era già in corso secondo linee che dovrebbero privilegiare i portatori di contenuti.
Son questi i relatori, che si confida si siano ben preparati da tempo e per questo capaci di offrire rielaborazioni, punti di vista, addirittura idee intorno al tema dell’incontro.
Perché mai questi dovrebbero fare un passo indietro ed ascoltare un intervento di saluto che superi il minuto effettivo di svolgimento ed invece sovente travalica in modo esagerato i termini della sua finzione, addirittura trasformandosi in intervento contestuale?
Questa la versione ottimistica.
Fare politica dovrebbe comprendere una gestione accorta e sobria della partecipazione a situazioni organizzate da altri, ponendosi quindi in ascolto di quanto viene offerto, intervenendo infine senza fare pleonastiche sintesi, semmai integrando a ragion veduta nei saluti portati giustamente in coda al convegno.
Sempre che il personaggio in questione sia in grado di esibire competenza sull’argomento, essendo in voga il convincimento che occupandosi delle cose pubbliche si finisca inevitabilmente per conoscere di tutto un po’.
Brutale la conoscenza approfondita di un solo argomento, che risulta esser denuncia di scarsa intelligenza, enunciato come pietra di paragone ad ogni piè sospinto senza alcun timore d’apparire ridicoli e fuori tema.
I miglior artisti hanno un vasto repertorio che sapientemente maneggiano, ma pur sempre di questo si tratta, quindi le apparizioni sono una scelta e giammai isterica ricerca di apparenza.
La gestione di un personaggio politico è sempre difficoltosa, perché la sua vita è profondamente immersa nel mondo dei prodotti della mente umana, fatto di racconti, storie, miti, linguaggi.
Un rapporto di potere fra esseri viventi ed elemento storico, in cui le diverse articolazioni trasformano di volta in volta la natura dei dispostivi che generano i propri soggetti, sino alla creazione di veri e propri mondi separati.
D’accordo, il teatro è viva attenzione presente, ma la scena è quel luogo dove potrebbero nascere dei capolavori se talvolta non venissero uccisi dal regista o dall’attore stesso.
Quindi non sempre può andar bene tutto.
La pretesa drammaturgica si regge sul contenuto, come l’esecuzione del testo dipende dal retroterra culturale personale.
Con la curva dell’attenzione che s’inabissa dopo un quarto d’ora circa.
Per questo al politico conviene dire in poco tempo dive intende andare, tanto nel senso fisico al termine dell’intervento, quanto in attuazione dei programmi.
Molto semplice e pressoché per nulla praticato.
Come pure la costruzione dell’immaginario, perché la politica può anche interessarsi alle cose che non sono reali, però mai a quelle inesistenti.
Esattamente come accade in teatro.
Come accade nel mondo dello spettacolo.

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