Hurrà Grigi

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Bisoli: “Ho un ricordo bellissimo, stupendo di Alessandria”

Questa settimana la redazione di Hurrà Grigi ha incontrato Pierpaolo Bisoli, centrocampista dell’Alessandria nella stagione 1987-1988.

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Bisoli, quali sono i suoi ricordi della stagione in cui ha vestito la maglia dell’Alessandria?

Ho un ricordo bellissimo, stupendo di Alessandria. Primo perché facemmo un grandissimo campionato, non coronato con la promozione alla categoria superiore, ma disputammo una grande annata che mi permise di affermarmi alla ribalta del calcio e di essere conosciuto riuscendo a farmi leggere sui giornali sportivi nazionali. Facevo parte di una società molto gloriosa. In più ricordo, molto bene, una tifoseria calda e appassionata: nella sfida Alessandria-Venezia, al Moccagatta, si raggiunsero i novemila spettatori. Oltre al calcio, ad Alessandria, ho conosciuto colei che è diventata la mia attuale moglie moglie e ho mantenuto ottimi rapporti di amicizia con persone di Alessandria.

Estate del 1987, dopo tre stagioni alla Pistoiese come mai la scelta di approdare ad Alessandria?

La società grigia mi chiamò con insistenza: in quegli anni l’Alessandria era conosciuta nel panorama calcistico come una grande società, in cui aveva militato Gianni Rivera, era un club che aveva disputato la Serie A e poi c’era lo stadio Moccagatta che era un palcoscenico glorioso. Fu la prima volta che andai via di casa e mi si apri un mondo che non avevo mai conosciuto.

Alla fine della stagione, 1987/1988, ci fu l’addio ad Alessandria con il conseguente approdo all’Arezzo.

Avevo firmato, all’epoca per l’Arezzo che stava disputando il campionato di Serie B, quindi lo ritenevo un’ulteriore passo in avanti per la mia carriera. Ma, nelle ultime due giornate, la società toscana retrocesse: il sottoscritto, alla società Arezzo, aveva dato la parola e decis di non cambiare idea. L’Alessandria era in Serie C2, pensavo di aver fatto due scalini ed invece ne avevo fatto soltanto uno dato che l’Arezzo era retrocesso in Serie C1.

Nella stagione 1987/88 l’Alessandria chiuse il torneo al quinto posto in classifica, a sette punti dal Mantova, che vinse il campionato. Cosa è mancato in quella stagione per ambire al salto di categoria ed approdare in Serie C1?

Eravamo una grande squadra, formata da ottimi giocatori ma giovani: ad esempio Benetti e Ferretti. Molti componenti della rosa erano ragazzi non abituati a giocare in squadre che ambivano alla vittoria del campionato. Nel momento cruciale, rappresentato dalla sfida contro il Venezia, un cui dovevamo vincere, pareggiammo 1-1, con gol di Marescalco. Sicuramente ci è mancata un po’ di esperienza.

Quale è stato, nell’arco della sua carriera, l’allenatore che ricorda con maggiore affetto?

Io dico sempre Carlo Mazzone che ho avuto per ben sei anni e mezzo. Ho un ricordo molto particolare di una persona, di un allenatore con cui ho raggiunto traguardi importanti ma tutti i mister, che mi hanno allenato, mi hanno dato quel qualcosa che mi è servito quando ho intrapreso la carriera di allenatore: Trapattoni, Tabarez, Radice, Giorgi per citarne alcuni

E’ meglio fare il calciatore o l’allenatore?

Non c’è paragone: tutta la vita il giocatore. L’atleta quando finisce l’allenamento o la partita e ha guardato la sua prestazione ha terminato il suo lavoro. L’allenatore non stacca mai: vive ventiquattro ore per cercare di far convivere tantissime teste, deve sempre cercare di avere nuove motivazioni quindi la sua mente è perennemente accesa. In più il mister prepara tatticamente le partite ma è condizionato dalla prestazione del proprio giocatore alla domenica. Nel calcio vincono i giocatori e perdono gli allenatori. E’ chiaro che le responsabilità e le soddisfazioni sono maggiori: si è come un direttore d’azienda. Se lo si vive con passione il mestiere dell’allenatore, alla fine, distrugge la persona.

Come giudica il livello generale della Serie C?

Tutto il calcio ha avuto un livellamento verso il basso perché è si sono persi i valori principali: la tecnica, lo stop e la rifinizione del passaggio. Si è andati invece, molto di più, a curare la velocità e la forza fisica. In più i giocatori sono maggiormente atleti poi, invece, si vedono molti calciatori che sbagliano passaggi. Si dovrebbe far e un passo indietro per poter tornare ad un livello maggiore anche se adesso la Nazionale ha intrapreso questo tipo di strada. La Serie C l’ho vinta due anni fa e mi sento di dire che il Girone B è molto livellato: è un campionato molto difficile. Anche se si hanno squadre che possono ottenere la vittoria finale si deve avere un’attenzione particolare anche se si gioca contro l’ultima in classifica perché la forza fisica, la voglia di confrontarsi con le prime in classifica possono rappresentare variabili importanti. E’ difficile vincere e l’Alessandria ne è l’esempio avendo avuto squadre importanti negli ultimi anni..

Ha seguito l’Alessandria degli ultimi anni? Che opinione si è fatto?

L’Alessandria ha un Presidente che ha una passione incredibile. So che ha investito tantissimo ed ha rifatto lo stadio facendolo diventare un gioiello. Ha avuto una squadra che stava per vincere il campionato ma non ci è riuscita. E’ una società che sta dando tutto e adesso, secondo me, dopo annate di investimenti, si è cercato di ragionare cercando di avere un organico più tranquillo, investendo sui giovani, cercando di seminare: a questa società non si può dire nulla. In questa stagione, nel girone A, c’è una squadra che sta facendo un campionato a parte: ed è il Monza.

Guardando ai playoff il girone B e il girone C hanno qualcosa di più rispetto al Girone A?

Vincere i playoff di Serie C è come vincere un altro campionato. Arrivare ai playoff, chiudendo il girone al decimo posto in classifica, rappresenta una scalata molto difficile per conquistare la vittoria finale, in quanto la squadra in questione deve giocare ben nove sfide. Questi playoff allargati sono un ulteriore passo indietro per la qualità. Il Girone B e il Girone C hanno piazze, città, realtà che hanno più valori rispetto al Girone A.