Hurrà Grigi

Quindicinale di calcio e non solo

UN CESSNA E’ PER SEMPRE

 

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img054Nella mia indiscutibile bramosia di viaggiare ho sempre creduto alla fatalità degli eventi come un passaggio obbligato di ogni mio viaggio. Partire alla ventura significa essere pronti a un improvviso cambio di rotta affrontando un susseguirsi di situazioni e di conseguenti scelte non previste e nemmeno pianificate, in cui la casualità e l’audace spirito d’adattamento entrano in gioco come ruolo determinante nell’effetto sorpresa e nella capacità di sapersi arrangiare. Accorciare le distanze restringendo il percorso o dilatarle aggiungendo o sostituendo tappe al viaggio o anche solo soffermarsi in un luogo più del previsto solo perché ci fa sentire bene, comporta un’infinita serie di mosse, di contatti sul posto, di prenotazioni  da svolgersi in un tempo relativamente breve per  fruire al meglio dei giorni a disposizione. Fu un peccato, un peccato davvero, dedicare gran parte del viaggio in Venezuela, al mare, ai suoi cayos e ai paesi andini a scapito di Sant Angel, la cascata più alta del mondo, alla quale riservai un giorno soltanto. Fu un mio imperdonabile errore, non approfondire, quali mezzi avrei usato per gli spostamenti all’interno del paese, scoprendo solo in seguito che gli stessi avvenivano quasi esclusivamente su strada, come pure non potevo prevedere a priori, quanto la bellezza dei paesi andini mi avrebbe incantato e trattenuto sulle cime dei monti più del dovuto. Tutto ciò comportò notevoli ritardi sui tempi programmati. Tra le alte vette mi persi. Nei minuscoli paesi di montagna, proiezioni di un passato coloniale, sospesi come nidi d’aquila, persi la nozione del tempo. Da una locanda all’altra e da una cerveza all’altra, gomito a gomito con gli indios del luogo avevo perduto il passo del mio viaggio, mentre i giorni scorrevano senza che me ne rendessi conto, inesorabilmente. Aver tergiversato troppo, metteva a repentaglio la prosecuzione del mio viaggio, contando  che all’appello mancava ancora la parte più ardita, quella per cui avevo deciso di partire e dove a lungo avevo  sognato di arrivare. Ma gran parte dei giorni erano già trascorsi e quelli residui rischiavano di non bastare.  Il timore di lasciare il paese tralasciando la meta tanto agognata si tagliava con il coltello. Da veterana, misi in campo tutta la mia esperienza, decisa a raggiungere in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo la foresta amazzonica. Il mio sforzo fu premiato e guadagnai un volo panoramico sulla cascata. Dovevo accontentarmi di un assaggio, di una diversa prospettiva, che non includeva il passaggio attraverso la giungla, per le vie d’acqua, ma era comunque meglio di niente. Il Cessna, un aereo turistico bimotore, era pronto per me e per altri due viaggiatori, sulla pista di decollo. Presi posto accanto al pilota, il quale dopo aver controllato gli strumenti di bordo e gli equipaggiamenti d’ordinanza, avviò l’aereo, verso il decollo, non prima di aver annunciato la partenza alla torre di controllo. Agganciai la cintura e nell’attesa che l’aereoplano si staccasse da terra, guardai fuori dal finestrino. Nel volgere di poco tempo, il velivolo traballando per i vuoti d’aria e le correnti in quota, raggiunse la velocità di crociera. Da lì in poi avrei sorvolato la foresta amazzonica, la cui vista mi ammutolì di meraviglia dopo lo sbalordimento iniziale. Tutto era verde come un cielo capovolto. Nel mezzo vi scorreva il fiume, l’Orinoco. Serpeggiava trascinando lungo il suo percorso una portata d’acqua enorme ma da lassù non era più di un nastro scuro in mezzo al verde. Mi sentivo in groppa al mondo protagonista di un viaggio leggendario ed emozionante, il cui culmine era atteso alla fine della trasvolata, quando dal finestrino in quello spazio aereo, si sarebbe affacciata la cascata più alta del mondo con un salto lungo un chilometro. Sant Angel era un mito, e come tale mi apparve. Attonita contemplavo quell’abbagliante tesoro, celato tra i rilievi di roccia che costellavano quella parte di amazzonia su cui l’aereo aleggiava. Erano i tepuy gigantesche montagne dalla cima piatta e dal taglio verticale colmi di vegetazione. Si ergevano sopra la giungla come fortezze di un mondo primitivo a me ignoto. Era appunto una di queste montagne a generare la cascata, il cui flusso d’acqua era avvolto da un indecifrabile mistero. Pareva sgorgare da una crepa nella roccia e da lì precipitava in un lungo e sottile filo d’acqua fin giù in un catino verdeggiante,  per confluire poi nel fiume sottostante. In vorticose acrobazie il Cessna si avvicinò rasentando la montagna per regalare ai passeggeri una panoramica visione  sulla cascata. Esultai di gioia e di meraviglia! Dall’abitacolo udivo lo scroscio violento dell’acqua schiantarsi contro la roccia. Allibita e con gli occhi sgranati osservavo il fumo che in caduta libera si sollevava e gli innumerevoli arcobaleni che lungo il precipizio scaturivano eterei. E poi ci fu poco da dire se non contemplare il riflesso di un mondo lontano e inesplorato regolato dalle sole leggi della natura, in cui l’uomo è rimasto escluso; su questo appunto meditavo. Sulla precarietà del mondo civilizzato il quale trova nel suo opposto, la solidità e la perfezione di quello selvaggio. Guardando fuori dal finestrino,  mentre l’aereo si esibiva in prodezze acrobatiche intorno alla cascata, riflettevo sui tanti interrogativi che ancor oggi non trovano risposta. Regna un impenetrabile mistero in questo luogo tra i più antichi della terra. L’abbondanza d’acqua non trova che tesi confutabili. Nessuno sa con certezza da dove provenga e dove sia la sua origine. Si suppone siano sorgenti sotterranee ad alimentarla o provenga da larghi bacini celati sotto le fronte degli alberi, o siano le piogge a produrla e infine, come vuole la leggenda, sia  lassù a nascere, dai pianori dei tepuy ove,  fiumi antichissimi scorrono impetuosi, dove cresce e prolifica una fauna e una flora preistorica. A questo ricorreva il mio pensiero mentre, pietrificata dalla strabiliante bellezza del paesaggio vi volgevo un ultimo sguardo, consapevole del fatto che la maestosità di quell’ambiente selvaggio avrebbe occupato la parte più bella dei miei ricordi per sempre. Un posto di rilievo. Un ineguagliato viaggio tra i viaggi,  passati e futuri.

 

 

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