A CHI HAI DETTO ARTISTA? sull’inutilità di un albo e sulla difficoltà di certificazione

Alessandria – La questione è sorta in occasione degli Stati Generali della Cultura in Piemonte, essendo accertato che la cultura è un lavoro, suscettibile di produrre non soltanto sostentamento ai lavoratori di settore, ma anche di ampliare i benefici dell’attività in senso sociale e quindi condiviso.
Cultura, arte, spettacolo…
Le questioni s’intrecciano e mai come oggi il concetto di multimedialità ideato negli anni Trenta (Picabia ed altri), s’intreccia con tutti i sistemi della comunicazione e della conoscenza, che possono ampliare la loro portata e divenire merce con la spettacolarizzazione (Debord).
Il punto centrale è l’arte, difficile da definire in termini perentori, quindi ancor più complessa risulta l’individuazione di parametri per individuare l’artista.
L’artista, ma anche l’organizzatore che lo affianca, deve essere senza dubbio produttore di senso, attività a cui dedica totalmente o in parte il proprio tempo (per farlo, sovente per sopravvivere deve svolgere attività scarsamente connesse coll’arte; purtroppo).
In modo professionale e giammai raffazzonato come fanno certi improvvisatori estemporanei, sedicenti artisti (che dicono di sé, appunto), i quali sperano si possa colmare il vuoto di conoscenza ed esperienza col semplice attivismo.
Talento, passione e capacità sono gli elementi che contraddistinguono un artista autentico, professionista a tempo pieno o meno che sia, rafforzati da affidabilità ed abnegazione.
Buone qualità che si riscontrano nell’impostazione progettuale, come nell’esecuzione del prodotto artistico.
Apprezzabili dal pubblico, ma che sfuggono a qualunque classificazione burocratica o manageriale, incapaci di avere l’ultima parole sul valore dell’arte.
Ecco quindi l’impossibilità di costituire un albo delle professionalità, ad imitazione di quello degli ordini prevalentemente tecnici.
Tuttavia s’avverte l’esigenza di dare sistemazione, se non classificatoria almeno orientativa, in merito alla qualificazione degli artisti, individuabili in base al percorso di studio ed alle realizzazioni; come accade, per esempio, nel mondo cinematografico, con riferimento alle regionali film commission.
Nulla può salvarci dall’artista fasullo (il sedicente…) o cattivo, imposto talvolta da un sistema corrotto invogliato da affinità nient’affatto artistiche, che pure raccomanda quello presuntuoso.
Il mercato, il pubblico, gli artisti stessi potrebbero in teoria sostenere l’artista ottimo, autentico che esiste nonostante l’esistenza precaria che deve sopportare, che abbia o meno successo.
Un mondo ideale, la cui esistenza dell’artista autentico dipende fortemente dalla possibilità di mantenersi vivendo da parassita della società, perché secondo il pensiero dominante il dedicarsi all’arte significa smarrire il proprio tempo in qualcosa di inutile, dedicandosi ad un soddisfacimento personale innanzitutto.
Nel sistema capitalistico-mercantile l’arte appare incapace di assolvere alcuna funzione pratica.
Inoltre, per potersi sviluppare non deve soffocare né la forte componente anarchica, né quella folle coerenza capace di generare propri principi pagando lo scotto per le eresie prodotte nei confronti del conformismo.
In questo stanno le ragioni e la forza che identificano l’artista autentico, dotato non soltanto di talento, ma anche di quell’entusiasmo suscettibile di generare prestigio non tanto in vita, quanto dopo la sua scomparsa.
Gratificazioni spirituali, sovente combinate con un buon grado di tolleranza sociale esercitata nei confronti dell’artista autentico.
Le forme di potere osservano con preoccupazione e diffidenza quanti sfuggono ai precetti su forma e contenuto e che, inoltre, non sono riconducibili a strutture organizzate inclini a scendere a compromessi con la società contemporanea.
Una più equa distribuzione della ricchezza, una migliore ripartizione delle opportunità ed una maggior quantità di tempo libero, sortirebbero forse l’effetto benefico di un incremento della domanda sociale di arte, dei prodotti artistici.
Verrebbe incrementata la reputazione artistica, che in un sistema capitalistico-mercantile si converte immediatamente in risvolti economico-monetari, ampliando lo sfogo della spesa specialmente per quanto concerne le risorse personali.
La convenienza ad investire nell’arte e negli artisti c’è ed è concreta, nonostante qualche sprovveduto abbia a suo tempo detto che con la cultura non si mangia.
Permane un problema di fondo, che riguarda la vita dell’artista autentico, perché provvedere alla sua esistenza è un dovere sociale, ma come lo si potrà distinguere dalla moltitudine di lavativi che si barcamenano fra ozio e inconcludenza?
Non è certo dalla politica, né dalla burocrazia che potranno giungere proposte sensate, che si limiterebbero a costruire barriere per escludere gli artisti antisociali ovvero quelli autentici, senza cui non ci sarebbe alcuno sviluppo culturale.

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