Hurrà Grigi

Quindicinale di calcio e non solo

LA MERITOCRAZIA NON È AFFATTO DEMOCRATICA

L’illusione contemporanea va modellandosi sull’auspicio che ogni sistema diventi o riconosca in modo prevalente la cosiddetta meritocrazia, che comunque non è facile definire ed ancor meno stabilire criteri con cui poterla riconoscere, diffondere, stimolare, premiare, difendere, retribuire, riprodurre.
L’invenzione del termine ed i primi strampalati sistemi di identificazione vengono riconosciuti al sociologo ed economista laburista inglese Michael Young (1915-2022), il quale nel 1958 diede alle stampe il saggio-romanzo “L’avvento della meritocrazia” (titolo originale “The Rise of the Meritocracy 1870-2033. An Essay on Education and Equality”).
La considerazione del termine meritocrazia e l’analisi dei suoi effetti sono orientati secondo i canoni della narrazione distopica ovvero l’utopia negativa, intervallati da cronache e documentazione di fatti reali per confutare con penetrante ironia la tesi che un sistema scolastico, egalitario nelle intenzioni, produca comunque ineguaglianze basate sul merito al punto da generare un nuovo genere di aristocrazia ereditaria.
Nel libro l’intelligenza crea un solco profondo fra minoranza, mentalmente e culturalmente evoluta, e maggioranza, intontita dalla banalità di mass media e da soporifere forme di spettacolo; proprio come accade oggi, sebbene non mi pare vi sia attualmente in atto alcuna vera forma di selezione sociale basata su questo presupposto.
Inoltre, nel racconto fantastico le ineguaglianze nascenti riguardano tanto le nuove classi emergenti, quanto gli stessi individui che presentano livelli incostanti di intelligenza (non solo quando sono innamorati o prima di colazione), tanto da paventare soluzioni estreme come la separazione del corpo dalla mente e o la riproduzione tecnologica di quest’ultima.
Inevitabile la violenta rivolta nel maggio 2034, risultato della nascita di movimenti aventi esponenti di spicco di sesso femminile, perché discriminate seppur a riconosciuta parità d’intelligenza con i maschi.
L’autore ha voluto inserire infine una nota di realtà che possiamo riconoscere nella nostra contemporaneità, con un Primo Ministro che in un clima teso in cui infuriano disordini mentre va preparandosi la grande manifestazione di protesta, sente la necessità di esternare il mantenimento del principio dell’uguaglianza delle opportunità, dando nel contempo ordine al Servizio del Controllo Atmosferico di far giungere l’autunno un mese prima, così da contrastare il raduno della parte avversa.
La schizofrenia (dal greco “schizophreneia” ovvero “mente divisa” intendendo “separazione dalla realtà”), è quel malanno di cui sono affetti i politici che li induce facilmente a dar retta alle non ben giustificate richieste di riscatto da parte di sedicenti meritevoli, desiderosi d’esser collocati in posizioni sociali commisurate alle proprie capacità, alimentando così una propaganda deleteria che di fatto avvalora familismi e nepotismi d’ogni genere, che rendono improbabile per i talentuosi qualsiasi competizione pubblica o privata.
L’errore della meritocrazia, votata così ad essere profondamente antidemocratica, si rivela nella negazione della logica politica ovvero la trasposizione di interessi, valori e volontà in favore del mero riconoscimento dei titoli di studio (che sono privi di valore legale e dovrebbero avere comunque una scadenza) oppure di competenze specialistiche.
La produttività e l’efficienza tecnologica sono concetti freddi, a cui si debbono sempre sovrapporre elementi di valutazione caldi come bontà, coraggio, fantasia, creatività, sensibilità, generosità.
Invece, sovente accade che in un’organizzazione sedicente meritocratica, ognuno venga promosso fino al suo massimo livello di incompetenza, tenendo conto che il raggiungimento di un merito coincide con l’elevazione di un grado della scala gerarchica sino a quando non viene ottenuto il salvifico, per il prescelto, livello in cui lui stesso e tutti gli si domandano che cosa ci stia a fare proprio lì, ma proprio per questo permane.
Il risultato che si ottiene in una siffatta organizzazione è quello di avere dirigenti incompetenti, con alle dipendenze subordinati più competenti e meritevoli che i superiori regolarmente e scientemente ostacolano nello svolgimento del loro lavoro.
Tenendo conto che le promozioni sono pressoché sempre dovute alla protezione di oligarchie, votate al gioco delle apparenze e devote ad intrighi che nulla hanno a che fare con merito, competenza, talento.
La specie umana non è mai totalmente votata alla collettività, ma per fortuna non è neppure del tutto individualista.
Sopravvive grazie all’equilibrio dinamico fra i due fattori e l’evoluzione avviene superando contrasti e conflitti, nell’illusione della ricerca della massima felicità per il maggior numero e dell’uguaglianza delle possibilità, che peraltro ammette soltanto pochi vincitori.
Terreni fertili per la creazione di aristocrazie, il governo dei migliori, in cui tale ruolo viene assunto secondo i principi del privilegio ereditario, del feudalesimo, della consorteria fra prepotenti, designazione o cooptazione dall’alto, a prescindere da qualunque reale merito.
La partenza è pur sempre quella delle buone intenzioni, ma il percorso è funestato dall’invidia, sentimento astratto che produce effetti concreti.
Premiare e promuovere i simili conduce inevitabilmente alla creazione di quel nefasto fenomeno psicologico che ha la capacità di trasformarsi in struttura sociale, più facilmente degli opposti sentimenti del piacere o della gioia.
Parole vissute come negative, quali plutocrazia, autocrazia, burocrazia e le sue desinenze oligarchia, gerarchia, tirannia, dittatura si riversano con slancio nell’idiozia, perché l’invidia non si limita nel semplice godimento delle disgrazie altrui, ma alimenta la furia distruttrice facendo oltrepassare i limiti della capacità di adattamento rendendo vana la ricerca di tracce d’intelligenza.
Sottoposta a questa dura prova, anche il concetto di democrazia in quanto desiderabile e consapevole forma di governo, riesce a degenerare in sistemi o declinazioni di potere che poco o nulla hanno di democratico.
Non esistono meccanismi tali da esaltare il merito ed il talento, ma in compenso ve ne sono alcuni sottoposti al flagello dell’invidia che hanno buon gioco nello scartare il meglio, ponendo all’attenzione generale le persone più attente, brillanti, innovative sotto una luce che le rende almeno un poco bizzarre nei confronti della cultura dominante, così da trasformarli in impazienti, impertinenti, irriverenti, disobbedienti, non convenzionali allo scopo di scoraggiare l’esibizione del talento.
Il merito non è una forma di potere, perché se esercitato come tale esaurisce la spinta genuina, mentre di certo l’acquisizione di potere non è un merito, essendo appannaggio di quel privo di talento che non lo intende come responsabilità, bensì come esercizio di una prepotenza che favorisce i meno adatti.
I sistemi si corrompono quando producono diseguaglianza sociale con al vertice gruppi di sfaccendati, favoriti dalle fortune dei loro predecessori o da ruberie, che possono occupare il molto tempo libero a disposizione per esercitare le arti della coercizione ovvero della sofisticazione spirituale e intellettuale.
Naturalmente questi gruppi di privilegiati tendono a mantenere alti livelli di eguaglianza sociale fra di loro, accentuando le differenze con gli altri gruppi sociali considerati inferiori secondo le regole della dominanza che risponde ai processi connessi con la discriminazione individuale aggregata, della discriminazione sociale aggregata e dell’asimmetria di comportamento.
Veri e propri pilastri per l’istituzione ed il consolidamento di sistemi autoritari, che invece di fondarsi all’antica sul semplice esercizio della violenza, hanno buon gioco nello spacciarsi per ottimali vagheggiando scelte operate in base al riconoscimento del merito acquisito col raggiungimento di risultati scolastici, vendita di merci, diffusione d’inganni politici e culturali.
Il potere si raggiunge facilmente (rubando, ammazzando o smignottando, avrebbe scritto il poeta), grazie alla fiducia che talvolta si guadagnano persone capaci, competenti, ben motivate e guidate da forte senso di responsabilità.
In un sistema che ammette competizione per il potere, a cui prendono parte personaggi discutibili e senza scrupoli, capaci di far leva sul basso istinto dell’invidia, che si avvalgono della nefasta opera di cortigiani, seguaci e profittatori che rinforzano continuamente l’illusione dell’aver ottenuto la posizione per puro merito.
Un perverso meccanismo che nega il sistema armonioso e intelligente in cui possono essere sviluppate le capacità, che per loro natura sono differenti e tutt’altro che identificabili secondo canoni formali e schemi culturali che invece premiano l’omologazione, ostacolano la diversità, incoraggiano l’obbedienza mortificando l’indipendenza di giudizio, promuovono l’abitudine, puniscono l’innovazione.
La meritocrazia è un’idea che non trova applicazione pratica, ma non parte da un’ipotesi errata; piuttosto è la sua interpretazione che incontra una disciplina con cui si auspica il raggiungimento di una perfezione assoluta, offrendo soltanto atteggiamenti, aspirazioni, illusioni.
L’obiettivo sfuggente potrebbe essere comunque affascinante, ma quando diventa desiderio di una personalità autoritaria capace di far leva sull’insoddisfazione alla mercé di diseguaglianze economiche che vanno affossando status sociali dati per acquisiti (vedi il ceto medio in fase di scomparsa), allora s’apre la strada alle tendenze antidemocratiche poiché considerate in grado di risolvere sbrigativamente la questione dell’attribuzione dei meriti, disegnando una società migliore.

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