Hurrà Grigi

Quindicinale di calcio e non solo

PROGETTARE UN DOCUMENTARIO

capitolo quinto
saggio SCRIVERE CINEMA LOW BUDGET IN ALESSANDRIA
Claudio Braggio (Opificio delle Arti, 2010)

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Avere un’idea che possa interessare.
Decidere l’obiettivo che si intende raggiungere.
Raccogliere informazioni sull’argomento.
Contattare esperti che forniscano consigli e materiali e magari compartecipino alla stesura del progetto e/o alle riprese.
Compilare un elenco di location e una lista di persone da intervistare e/o coinvolgere nelle riprese.
Catalogare le informazioni necessarie al progetto, sapendo che più ve ne sono meglio risulterà la sua realizzazione.
Parlare con un regista e/o un direttore della fotografia per decidere l’impostazione filmica.
Scrivere una sinossi per raccogliere le idee e poi raccogliere i fondi necessari ovvero presentarla ad un produttore.
Questo in estrema sintesi è quanto occorre per progettare un documentario.
Vi sono strumenti utili, che nel caso di una lavorazione di pochi giorni potrebbero sembrare eccessivi; tuttavia la loro conoscenza favorisce la sviluppo di un ordine mentale, oltre che organizzativo, indispensabile per poter gestire al meglio un progetto.

Come organizzare una proposta
Il documentario non necessita della redazione di una sceneggiatura, pur se alcune parti talvolta sono effettivamente sceneggiate (vedi il docu-fiction).
Filmando quel che accade nella realtà diventa molto difficile prevedere quel che accadrà.
La proposta dev’essere organizzata in forma di trattamento, con le linee generali del progetto di documentario.
La storia è presentata in termini semplici, senza indicazioni tecniche evidenziando gli aspetti interessanti della proposta.
Contando di avere una buona storia, si debbono far emergere i tratti umani della vicenda scrivendo immagini in modo cinematografico, senza fare descrizioni letterarie.
Si possono inserire elementi di giudizio personale che rafforzino la bontà dell’idea, inseriti in modo che abbiano una valenza emozionale per la platea.
Senza dimenticare di aggiungere, in appositi allegati, alcune informazioni tecniche come la durata (tempo filmico), gli obiettivi o gli intenti generali proposti ed il pubblico di riferimento, il tipo di distribuzione che potrebbe avere (sala cinematografica, televisione, web), lo stile con cui s’intende girarlo e montarlo, cenni sull’uso delle musiche e delle eventuali voci fuori campo, indicazioni sulla formazione del cast tecnico, lo stato di avanzamento del progetto (ideazione, ricerca, progettazione, pre-produzione, eccetera), il contesto in cui è ambientata la storia e tutto può sostenere il progetto (occorre essere flessibili e considerare di volta in volta l‘interlocutore).

Scrivere per un film o per un documentario non è la stessa cosa
Il documentario lavora sui fatti e non sull’invenzione.
Le scelte ed i conflitti che vengono presentati, anche se ricostruiti, debbono essere reali e verificabili.
Lavorare nella realtà limita le possibilità di ripetizione, perciò il documentarista dev’essere flessibile pur lavorando con una linea guida forte e ben tracciata.
Occorre essere sempre credibili ed il modo in cui si gira è senz’altro più importante del format a cui si fa riferimento.
Le motivazioni che lo sostengono debbono emergere con chiarezza, anche a sostegno di tutte le scelte tecniche: colore o bianco e nero, inserti di animazione, inserti con fotografie in stacco ovvero in dissolvenza, eccetera.

Le ricerche sono importanti
Ogni documentario ha un valore dato dalla quantità e dalla quantità delle ricerche e quindi del tempo e delle energie che sono occorse per ottenere il risultato.
In genere si lavora molto per selezionare una parte molto più piccola di quella che verrà utilizzata.
Il lavoro dello sceneggiatore deve offrire possibilità di scelta, di variazione di talune parti, di reazione a imprevisti per poter far andare avanti il progetto.
Il lavoro non utilizzato potrebbe diventar buono per altre idee o altri progetti.
L’immaginazione è sempre uno degli strumenti migliori dello sceneggiatore, ma è meglio non abusarne e affidarsi soprattutto ad approfondite ricerche sui testi e sul campo.

Mostra, non raccontare
Nella fase di ricerca ci si domanda costantemente quali informazioni possono essere veramente utili per realizzare il progetto.
Quando ci si appresta a scrivere la preoccupazione dev’essere solamente quella di come far vedere quel che si intende raccontare.
Specialmente quando si lavora con libri, articoli di giornale e narrazioni orali occorre visualizzare la loro rappresentazione.
Le parole chiave sono utili nella fase di ricerca.
Le immagini chiave si rivelano utili nella formazione del prodotto audiovisivo.
Conviene fare dei sopralluoghi ove è ambientata la storia da raccontare.
Talvolta si realizzano delle interviste preliminari girandole all’impronta: materiale buono per la fase di ricerca, ma le cosiddette “immagini sporche” girate con una macchina da presa di diversa qualità da quella principale potrebbero anche trovare inserimento nel prodotto finale.

Il trattamento per un documentario
Nella vita reale idee, emozioni, mente e passioni si evolvono in ambiti differenti ed in modo complesso.
In un film le azioni e la visione inducono a reazioni immediate senza che vi sia alcuna riflessione.
Una sceneggiatura ben scritta è uno strumento in cui vi sono le basi per la creazione delle emozioni.
Nel documentario non sempre prevalgono l’esperienza e l’abilità del regista, quindi occorre sempre pianificare: tutti quanti si avvalgono almeno di un canovaccio, se non di un vero e proprio trattamento, anche se debbono girare un evento naturale.
Meglio essere preparati per riuscire a fare un buon documentario.

L‘apice, il cuore e l’arco di trasformazione della storia
Il momento più alto di un documentario è il fatto che si racconta, mentre il cuore è la domanda che spinge la narrazione e non è necessario che abbia o venga data una risposta.
Per raccontare il fatto occorre farsi affiancare da esperti dell’argomento trattato e procurarsi le fonti primarie.
La parte emotiva invece è lavoro per lo sceneggiatore, in stretto rapporto con il regista.
Individuare questi due punti fondamentali permette di partire dalla radice del problema, della questione considerata e riuscire quindi a costruire l’arco di trasformazione della storia.

Struttura narrativa
Gli elementi strutturali principali della narrazione si individuano nell’inizio, nella parte centrale e nella fine che si intrecciano con l’individuazione di un personaggio che ha dei buoni conflitti ed affronta e quindi risolve un cambiamento.
Non è indispensabile che vi sia un personaggio guida, ma certamente la sua esistenza rende più facili le cose.
Fermo restando che è indispensabile creare curiosità creando buoni conflitti e mostrare un cambiamento o almeno offrire una evidente promessa di cambiamento.
Un buon inizio aiuta a sviluppare la storia, poiché in esso si esprimono già gli elementi che la porteranno avanti.
Fra questi la causa incidente che dà origine alla storia.
A metà della storia si può agevolmente posizionare la ragione forte del progetto e sostenere l’arco di trasformazione narrativo.
Per rendere agevole la realizzazione, si può suddividere la parte centrale del documentario in varie parti o sequenze.
La storia può proseguire raccontando gli eventi in successione, facendo scivolare sequenze di passaggi temporali non conseguenti.
Si possono applicare tecniche cinematografiche come il montaggio parallelo e le ellissi temporali.
La fine del percorso narrativo può essere aperta, circolare, chiusa.
Nel primo caso non rimangono semplicemente in sospeso le questioni presentate ovvero non vi sono le risposte, ma si offre una possibilità di respiro narrativo che fa procedere oltre il frammento di storia raccontata e lascia aperte possibilità di prosecuzione.
Il finale circolare ripropone l’ambientazione ed i caratteri presentati all’inizio.
Il finale chiuso esplicita risposte offerte in modo soddisfacente rispetto alle emozioni evocate durante il percorso narrativo.
Queste ultime sono entrambe soluzioni definitive, che non permettono ulteriori evoluzioni narrative.

Parole semplici, parole senza tempo
Quando si scrivono progetto e testi di un documentario è opportuno usare parole semplici, frasi brevi, concise e chiare.
Anche quando l’argomento è complesso, non giova mai usare costruzioni sintattiche complicate.
Nel caso in cui un’intervista risultasse troppo densa di concetti, converrà intervallarla con altre scene oppure suddividerla in parti da distribuire nel corso del documentario: gli spettatori ve ne saranno immensamente grati.
Inoltre non è detto che una cosa complicata sia anche buona, mentre quelle comprensibili fanno acquistare simpatia.
Nel redigere i testi da leggere o recitare e quando si preparano le scene con interviste è bene evitare riferimenti temporali legati alla lavorazione del documentario o alla sua progettazione.
Si evita di far percepire allo spettatore una datazione che interrompa la magia dello sospensione nello spazio nel tempo che si genera con la visione di un prodotto filmico; meglio limitarsi ai riferimenti temporali strettamente connessi con la narrazione, così il documentario avrà miglior vita.

Come rivelare le informazioni
Addensare le informazioni ostacola il divertimento, quindi è meglio rilasciarle poco a poco, come si fa con gli indizi rivelatori di un giallo.
Il loro flusso dev’essere regolato in modo tale che quelle strettamente collegate fra loro non vengano esplicitate in frazioni di tempo filmico troppo distanti.
La tecnica migliore è quella di mantenere alto il livello di attenzione senza per questo rivelare tutto subito.
In un dettaglio può essere contenuta un’idea ed in un’azione si può ribadire il concetto generale della storia.
Occorrono sensibilità ed attenzione, affinati con l’esperienza.
Il miglior modo per imparare a fare un documentario è senz’altro quello di provare a girarne uno.

Colore, fotografia, suono, musica, voce
Proprio come per i prodotti di finzione, la scelta del colore dominante può offrire un maggior livello di drammaticità.
Una relazione diretta con la trama narrativa in cui intervengono anche la scelta del tipo di fotografia con le relative scelte di illuminazione, in stretta combinazione con i suoni e le voci in presa diretta, l’accompagnamento musicale e l’eventuale commento con voce fuori campo (che racconta in prima o in terza persona: una scelta molto importante).
Fra gli effetti sonori reali o realizzati in post-produzione ritengo sia bene considerare anche il silenzio.
La dimensione del documentario è data da questi elementi e dal tono con cui vengono combinati ed è possibile anche combinare due linee narrative, come potrebbe essere la scelta di far scorrere immagini commentate da una voce narrante in alternanza con delle “teste parlanti” che esprimono commenti.

Piano di lavorazione e ordine del giorno
Il piano di lavorazione è una mappa: serve per non perdere la strada poiché vi sono segnate le difficoltà che si incontreranno ed anche alcune eventualità; la storia è espressa come concetto, descritta senza castrare l’interpretazione.
Decidere in quale direzione andare aiuta a non dimenticare i vari passaggi, ma consente anche di cambiare direzione se una circostanza lo impone o un desiderio lo propone.
Si tratta di organizzare quel che deve essere fatto o deve (o dovrebbe) avvenire giorno per giorno e che si riporta, appunto, nell’ordine del giorno.
Non è la lista delle occorrenze, che è quello strumento della produzione in cui sono indicati numero e descrizione degli oggetti di scena e attrezzerie varie e degli eventuali costumi (talvolta questa parte viene compresa nell’ordine del giorno).

La scrittura in fase di montaggio
La versione finale di un documentario si scrive in fase di montaggio.
Si tratta di combinare gli elementi concettuali espressi dalle linee guida del progetto con quanto è stato effettivamente girato.
Se nel corso della lavorazione si sono raccolti ulteriori elementi di conoscenza, questi possono indurre ad operare delle variazioni di testo o altro.
Per questi motivi talvolta accade di dover riscrivere il trattamento o addirittura di dover scrivere un’altra versione del trattamento.

Girare molto è davvero necessario?
Una delle questioni che ci si pone è se girare molto sia davvero così necessario per assicurarsi tutto il materiale che serve e magari qualcosa in più affinché dia sicurezza oppure offra la possibilità di fare scelte diverse in fase di montaggio.
Ritengo che la qualità delle riprese sia ben più importante della loro quantità.
Una buona pianificazione ed un progetto chiaro nelle linee guida possono sollevare dal dubbio.
Quando si gira è necessario domandarsi soprattutto quali informazioni è utile raccogliere, evitando così di dover visionare ore e ora di materiale che sarà inevitabilmente scartato.

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