SULLE TRACCE DEL GRANDE LETTORE, NOI LEGGIAMO PER LEGITTIMA DIFESA E SCRIVIAMO AD ALTA VOCE

Chi sarà mai e chissà se esiste davvero il Grande Lettore?
Figura inseguita dagli esordienti e dalle case editrici, ‘ché entrambi farebbero carte false per conoscerlo e sapere finalmente quali sono i criteri per esprimere un parere negativo, un parere positivo, un parere qualunque sull’opera inedita in cui tante speranze vengono riposte.
Il Grande Lettore, scrivo così nella speranza che esista, potrebbe anche essere Definitivo, il cui giudizio negativo parrebbe stroncare ogni futura pubblicazione, ma sovente si scopre che ad insistere comunque il libro, romanzo o silloge che sia, riesce a prender vita comunque in una casa editrice (l’autopubblicazione non vale, essendo in questo caso inutile il ruolo del Grande Lettore, anzi la sua stessa esistenza).
Ci sono testimonianze autorevoli di Grandi Lettori Definitivi che hanno avuto il coraggio di mostrarsi, senza timori alcuno d’esporre le loro idee ed abbiamo così magnifici esempi in Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini ed in molti altri direttori di collana.
Le loro intuizioni hanno avuto fortuna commerciale, ma non credo fosse quello il motore principale delle scelte, che ancor oggi appagano il lettore semplice, quello che acquista il libro e legge per legittima difesa oltre che per soddisfare una infinita ricerca del piacere.
Oggi è più questione di mercato, di vendita, di seduzione pubblicitaria, di ricerca delle nicchie in cui trovare accoglienza, udienza, soddisfazione soprattutto economica perché valgono più le leggi della circolazione del denaro che quelle della diffusione delle idee.
Chi decide quanti libri debbono venir stampati ogni mese per rinnovare gli scaffali delle novità?
Il giudizio di vendibilità, quello che causa i suoi danni intellettuali e nel contempo mantiene viva la macchina complessa dell’editoria, comunque.
Il lettore sfugge, che sia il Grande Lettore Definitivo oppure quello semplice, amante delle frasi emozionanti e non già di uno strano connubio, tutto contemporaneo, fatto di riconoscibilità dell’autore quale surrogato delle marche commerciali e di eventi, mediatici e no, che sostengono a tutto spiano il concetto di riconoscibilità di cui sopra.
Gli altri invece piace alimentare il mercato con l’acquisto sicuro, certificato da una trasmissione televisiva qualunque o dal sostegno falsamente intellettuale attuato attraverso altri mezzi di comunicazione da amici di cordata, magari scrittori anch’essi e quindi capaci d’assolvere la funzione di traini.
In questo gioco sussiste sempre il pericolo, per i singoli autori, e la sicurezza, per gli operatori economici, dell’intercambiabilità, che si ottiene alimentando piuttosto il fantasma del Grande Lettore Definitivo.
Già, il fantasma, quello che pare piuttosto affidarsi ad un tiro di dadi per sapere quale libro vedrà scendere su di lui il magico manto della vendibilità, che pure sventola festoso agitato dal vento delle mode.
A meno che qualcuno non finga d’esser lui, proprio lui (o lei, per carità, nessuna distinzione è possibile) il Grande Lettore Definitivo, traducendo furbescamente la vendibilità o l’aleatorietà in scelta culturalmente rilevante (ci sono diverse forme, anzi per dirla meglio, format).
In tutto questo manca un piccolo, pressoché insignificante elemento su cui poggiavano gli antichi e reali Grandi Lettori ovvero con i valori consolidati rimessi in discussione propri in virtù della scelta editoriale.
Un libro rifiutato, un libro pienamente accettato e sostenuto e comunque entrambi in gradi di sollevar polemiche, alimentare dibattiti, addirittura sollevare scandali con conseguenti prese di posizione su tutti i mezzi di comunicazione.
Quasi un sogno, anzi, meglio togliere il quasi.
Il caso produce cultura?
Il mercato produce cultura?
La linea editoriale produce cultura?
Di certo non produce cultura il grande vuoto lasciato oggi dall’assenza di discussione, di ragionamento sulle grande e sulle piccole questioni quotidiane, sulle scelte presenti e future della politica.
Nell’inarrestabile smarrimento dei ruoli e delle compagini, si perdono inevitabilmente anche la gioia e la passione prodotte dalla diffusione e della difesa delle idee.
Ah, la conclusione è che sono esaurite le idee ed il Grande Lettore, se mai è esistito, attualmente non è e quindi non produce effetto alcuno.
Allora si potrebbe esplorare un altro territorio ovvero quello delle presentazioni di libri e degli incontri con gli autori, editi e inediti che siano.
L’inevitabile catastrofe contemporanea è offerta dal sentirsi costretti alla ripetizione, così le presentazioni di libri offrono tutte quante la terribile minaccia di noia unita al malcelato timore di sentirsi in obbligo di acquistare l’opera esposta all’adorazione collettiva.
Curiosità e fantasia sono ferocemente bandite, tant’è che se l’autore viene intervistato, difficilmente dovrà affrontare domande difficili o insidiose.
L’ausilio di un fine dicitore, poi, assolverà anche dal gravoso compito di dare un colore originario alla parole scritte.
Questi goffi riti moderni organizzati in librerie e biblioteche appaiono falsamente più briosi quando l’autore è noto, quindi il luogo deputato all’esecuzione sarà stipato da ammiratori che per loro natura cercano conferme e non già novità in merito al personaggio.
Strada chiusa per quanti invece amerebbero essere considerati nell’indefinibile gruppo dei cosiddetti “emergenti”, che un pubblico debbono ancora fidelizzarlo o addirittura conquistarlo.
Questi ultimi ben difficilmente avranno la possibilità di godere della luce riflessa emanata dagli autori celebri che fanno da richiamo ai festival letterari e poetici più importanti e ben organizzati.
Qualcuno, forse, usufruirà di uno spazio, magari una volta soltanto, dove poter giocare tutte le sue carte, confidando che quella partecipazione si trasformi magicamente in viatico per il futuro.
Che cosa rimane a quelle decine, anzi, che scrivo?, centinaia di migliaia di autori pubblicati, a spese proprie o altrui poco importa, destinati ad arrangiarsi da sé per soddisfare il desiderio d’esser pubblicamente presentati, assieme al loro libro?
La prima strada oggi pare essere rappresentata dai internet ovvero dai social network, le reti relazionali che offrono l’illusione di farsi notare nella moltitudine di grida emesse da millanta personalità egocentriche.
Segue poi il giro delle librerie, nonché delle biblioteche che organizzano presentazioni di autori, manifestando l’esistenza di una nuova opera letteraria o poetica.
La terza fase è quella della ricerca di festival, piccoli per causa di penurie organizzative e risorse economiche, che amo definire microfestival e rispondono quasi tutti con una vecchia e consolidata formula.
Il modello più diffuso concentra gli sforzi in una o due giornate, raramente in tre, comunque consecutive.
Gli autori, espressamente invitati anche quando su autosegnalazione, debbono provvedere da sé alle spese di viaggio e permanenza, ma in cambio ottengono la partecipazione ad una sorta di vacanza culturale, talvolta ricca di occasioni d’incontro con altri omologhi ed un pubblico d’appassionati lettori.
La partecipazione attiva di piccole case editrice consente d’organizzare un piccolo mercatino, soprattutto di libri nuovi, che ingolosisce tutti quanti i partecipanti, specialmente se il microfestival è dedicato ad un genere letterario (da intendere in senso ampio, giacché al giorno d’oggi i confini si sono sfilacciati).
Gli organizzatori prudenti non s’avventurano con proposte innovative e prediligono la presentazione di libri ed autori a blocchi (due, tre, quattro per volta), comodamente seduti dietro ad un tavolo, propensi a parlare e non già a leggere, eccezion fatta per i poeti.
Difficilmente possono disporre di interventi critici, a meno che non si tratti di quelli fatti da curatori di antologie o sillogi collettive, i quali per ovvie ragioni preferiscono difendere le ragioni delle loro scelte e basta.
Insomma, situazioni non molto dissimili dai tediosi incontri organizzati in libreria, con la partecipazione di autori solitari.
La componente del gioco è presente soltanto nelle pause, favorite tanto dalla collocazione del microfestival (paesino ameno, agriturismo fra colline ubertose, castello dalla magica atmosfera, eccetera), quanto dai pranzi e della cene (pochissimi sfruttano le amorevoli carte della prima colazione e della merenda; peccato).
L’ambizione di ogni organizzatori è quella di riuscire ad inserire in scaletta uno è più autori noti, della letteratura o della poesia a seconda dei casi, che fungeranno nel contempo da richiamo per il pubblico e da ombra per gli altri partecipanti, astanti ancora in divenire.
Una declinazione organizzativa apparentemente diversa è rappresentata dalla frantumazione delle tre giornate sopra descritte, in appuntamenti pressoché settimanali sparpagliati nell’arco di un mese circa.
Una scelta più nuova è quella di ripetere la stessa identica sequenza di gestione degli interventi, almeno una volta al mese per una decina di volte consecutive (una serata oppure un tardo pomeriggio e sera), cambiando o meno il luogo deputato.
Lo scopo di questa pubblicazione non è già quella di fare disamine in merito alle forme dei festival, micro o grandi che siano, bensì quello di offrire alcuni strumenti di conoscenza al fine di poter costruire un proprio modello di manifestazione culturale dedicata ai libri ed alla lettura.
La scelta che ho fatto con “Scrittura ad alta voce” (Vi Piace? microfestival poetica e letteraria) è stata inizialmente quella della cadenza mensile dall’ottobre 2011, divenuta poi quindicinale nel corso del 2013, settimanale sino al giugno 2014 per tornare a cadenza pressoché quindicinale sino al giugno 2015 (sino ad ora ci sono state 58 serate, a cui hanno partecipato circa 150 autori, non soltanto scrittori o poeti però).
Le vere novità sono rappresentate da altre scelte, quali la presentazione della serata in forma di spettacolo, offrendo a ciascun partecipante una decina di minuti se esordienti ed inediti (per leggere i loro brani) ovvero una ventina di minuti circa se autori di un libro pubblicato (una breve intervista e naturalmente lettura “ad alta voce” di alcune pagine).
La partecipazione è stata reiterata più volte da quanti presentavano inediti (sempre diversi), sottoposti al giudizio del pubblico nel senso che nel corso di ogni singola serata votava in modo segreto il brano più gradito, il cui autore riceveva un modesto dono.
Lo scopo di questa raccolta di appunti è semplicemente quello di offrire alcuni strumenti utili, al fine di consentire la realizzazione del proprio progetto di microfestival.
Probabilmente sono troppi, ma ritengo sia sempre bene mantenere una visione ampia quando si riflette in merito alla direzione da prendere, avendo quindi cura di ricondurre pretese e speranze agli elementi oggettivi, risorse e collaborazioni di cui si può effettivamente disporre.
In questo modo sarà sempre possibile ampliare il sistema quando, mercè il successo dell’iniziativa, sarò possibile lavorare con strumenti migliori.
Tenendo conto di vari fattori, che si potrebbero definire “inquinanti”, quali ad esempio l’arrivo di nuovi collaboratori infidi, più disposti a condividere meriti che non piuttosto gli oneri.
Sicuramente peggio l’esaltazione di sodali degli albori, fors’anche entusiasti e nient’affatto impermeabili all’esaltazione di sé, i quali con la semplice motivazione d’aver condiviso il percorso iniziale, non considerano l’esatto peso del loro modesto apporto e ritengono d’esser i veri fautori del successo degli eventi.
Consiglio vivamente d’evitare ogni confronto con costoro, perché insano ed inutile, in quanto sono senz’altro liberi d’andar per la loro strada e nel caso provare la dura fatica d’organizzare un festival tutto loro, godendone a pieno ed in modo esclusivo ogni auspicabile soddisfazione.
Senza dimenticare quanti tenteranno di “rubare questa idea”, scopiazzandola nell’illusione di saper fare meglio, a cui facile è il perdono pur mettendo in evidenza che se fossero davvero in gamba avrebbero cercato una soluzione diversa, se non proprio innovativa.
Offrite loro la vostra consulenza gratuita, se ritenete possano comprendere l’intensità intellettuale del gesto.
Tuttavia, credo sia bene tenere in debita considerazione il fine ultimo delle iniziative di questo genere, rivolte al pubblico ed agli autori in via principale, che nascono per offrire la possibilità di godersi il celeberrimo “quarto d’ora di celebrità”, preconizzato come diritto da Andy Warhol.
In fondo, è tutto qui.

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