Hurrà Grigi

Quindicinale di calcio e non solo

la magia del perigord

DSC_3771Il Perigord è di una bellezza sconvolgente; tuttavia rientra tra quei luoghi di cui poco si sente parlare. Un vero peccato non conoscerlo e preferire località note e di successo tanto per  “andare sul sicuro”. La scorsa estate ho accorciato le distanze e al posto di voli intercontinentali, fusi orari sconquassanti, ho preferito restare nei paraggi (si fa per dire) e ho scelto un viaggio nella cara vecchia Europa; il Perigord, appunto, nel Sud-ovest della Francia.  La sua fama mi giunse leggendo un libro di Glenn Cooper, ambientato nel paleolitico e precisamente nella grotta di Lascaux.  Rimasi così affascinata dalle descrizioni dei dipinti che indagai se fosse un’opera di fantasia o se la grotta esistesse davvero. Appurata l’esistenza, divenne l’obiettivo del mio viaggio, inconsapevole della sorprendente bellezza che la regione mi avrebbe riservato. Una regione circondata da morbide e verdi colline che, a contatto con il fiume, trasmuta in nuda roccia e dove testimonianze di vita preistorica trovano riparo in grotte e caverne le quali punteggiano, dei loro infiniti anfratti, tutta la riviera del Vézere e della Dordogna. Su questi fiumi placidi e tranquilli, percorsi da decine e decine di canoe colorate,  si specchiano i paesi, dall’indiscutibile fascino fiabesco, dominati, sulla sommità, da austeri castelli che, l’apparenza vuole, siano stati forgiati nella stessa roccia del paesaggio circostante. A far numero tra i tanti canoisti c’ero anch’io. Pagaiavo, spinta dalla corrente attraverso indimenticabili scenari di borghi e di castelli, ultimi baluardi della guerra dei cento anni. Riversavano tutto il loro fascino mettendosi in posa per me dal lato migliore, che era poi la sponda del fiume. E quel fiume era un incanto e mentre mi avventuravo lungo il suo corso lucido e riverberante di luce, il paesaggio si faceva sempre più intricato e selvaggio. Le rocce imponenti, che si innalzavano sopra la mia testa, sporgevano come bordi sbeccati di un’anfora antica lasciando scoperte aperture e cavità nascoste da cui l’alba dell’uomo ebbe inizio. Gli scenari meravigliosi e romantici che confluivano su quelle sponde erano solo un aspetto dell’inesauribile ricchezza che il Perigord custodiva. Lasciato il fiume e le sue eleganti sponde, adorne di tavolini all’aperto, infiniti luoghi si propagavano nel paesaggio, traboccanti di villaggi addormentati, di manieri e di abbazie. Andai alla loro ricerca accorgendomi ben presto che i giorni a mia disposizione si stavano esaurendo. Mi occorreva più tempo per approfondire quanto di più interessante la regione aveva da offrirmi. A quel punto diventò un’esigenza protrarre di qualche giorno il mio soggiorno in Perigord. E, siccome vivo sempre con un piede nel passato, mi parve chiaro dedicare più tempo possibile alla cittadina di Sarlat, cui nessuna altra città può essere paragonata. La sua bellezza fu travolgente. L’omogeneità del suo centro storico non aveva eguali. Le sue case color miele terminavano con tetti a forma di matita. Le facciate riportavano davanzali scolpiti dall’aria vagamente sinistra, da cui strane ombre di personaggi del passato sembravano affacciarsi. Nei restanti giorni vagabondai per la campagna. Volevo godermi il paesaggio e l’aria frizzantina. Senza mete precise o itinerari segnati: mi faceva sentire a mio agio. Lasciavo fare al caso o meglio lasciavo che l’intuito mi suggerisse dove fosse meglio dirigersi. Ad una deviazione girai verso il castello di Commarque: ne fui folgorata. Del castello restavano solo rovine ma in sé conteneva tutta l’essenza del Perigord. Quando apparve, dopo una lunga passeggiata tra i boschi, fatto a pezzi qua e là su quel vasto prato, non credevo ai miei occhi. Poggiava su una roccia che anticamente era stata una caverna preistorica per poi erigersi nelle epoche successive a castello da un lato e in abbazia dall’altro. Un santuario del tempo, ora abitato soltanto dai turisti che salivano per ammirare lo spettacolare panorama su altri castelli lì intorno. Salivano per i muri sbrecciati e per scale impervie, su cui la vegetazione si infiltrava e ne faceva giardini. Viveva di luce propria quel castello e di quei pochi muri rimasti in piedi, collocati in maniere da conferirgli un aspetto di indiscutibile impatto visivo. Il senno e la sensibilità francese sembravano aver messo mano e deciso quali di quei muri mantenere e quali abbattere. Come se il gusto francese avesse in qualche modo prevalso sull’inesorabilità delle cose e sul tempo, al fine di esaltare e sublimare ogni luogo del passato. E forse non è poi così azzardato pensarlo.

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