Verdena: un ritorno ad alti livelli

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L’attesa febbrile che ormai da alcuni anni precede la pubblicazione di un nuovo disco dei Verdena (vista dagli immancabili haters da social come un’astuta operazione di marketing e dagli altrettanto immancabili fans duri e puri come una fideistica apertura di credito nei loro confronti) è, invece, in buona parte dovuta all’atteggiamento tenuto dal trio bergamasco dai tempi del loro quarto lavoro “Requiem”.

Il trio bergamasco è, infatti, solito pubblicare i propri lavori a cadenza, più o meno, quadriennale, partire per l’immancabile tour promozionale, che spesso tocca anche luoghi particolari e al di fuori delle tradizionali location (per esempio, nel 2011 mi è capitato di vederli esibire all’interno di una bocciofila di Sestri Levante) per poi scomparire letteralmente dalle scene e dedicarsi ad incidere nuovi brani.

Endkadenz Vol. 1”, uscito il 26 gennaio scorso, è infatti frutto di due anni e mezzo di lavoro, che il trio ha dedicato alla composizione, alla registrazione ed alla produzione del primo volume di quello che avrebbe dovuto essere il loro secondo doppio album consecutivo: il fatto che, a quanto si dice, la Universal non voglia più pubblicare lavori che non siano singoli, la dice lunga, in quest’epoca di singoli usa e getta da Ipod, su quanto l’approccio di Alberto, Luca e Roberta siano totalmente fuori tempo e fuori moda.

Ma com’è “Endkadenz”? Ad avviso di chi scrive è rock figlio dei nostri strani giorni: nervoso, inquieto, a tratti tirato ed isterico, in altri momenti più dilatatato e sfuggente.

Il primo singolo “Un po’ esageri” aveva spiazzato, per la sua struttura apparentemente semplice (per capirci: il primo singolo di “Wow” era stato “Razzi, arpie, inferno e fiamme”, un brano acustico e dall’incedere psichedelico), i chitarroni anni 70 e quei non troppo velati richiami agli Smiths.

E’ sufficiente, però, inserire il cd nel lettore per capire che i Verdena si sono divertiti a sviare critici e fans: il primo brano “Ho una fissa” detta con chiarezza quelli che saranno i canoni dell’intero album, un equilibrio instabile tra rumore e melodia, con la voce di Alberto nuovamente in primo piano (in scelta in netta discontinuità rispetto a “Wow”) e un drumming di Luca sempre perfetto per ritmica e gusto. “Puzzle” vira verso atmosfere più cantautorali, prima di un finale dissonante e delirante con quella sguaiata invocazione all’efedrina, mentre “Sci desertico” si regge su un riff micidiale e sonorità elettroniche.

Nevischio” ci riporta verso territori vicini a quelli della musica d’autore più ispirata e ci introduce “Rilievo”, il brano forse più oscuro e difficile del disco, dalle atmosfere insolitamente dark e dai continui cambi di ritmo che ne fanno quasi una mini-suite.

Diluvio” sembra proseguire su questa falsa riga, anche se grazie all’utilizzo del pianoforte è un brano decisamente più arioso, mentre “Derek” è uno di quei pezzi che a vent’anni avrei voluto sentire ad ogni concerto per il pogo che inevitabilmente scatenerà dal vivo.

Torna il pianoforte in “Vivere di conseguenza”, dal ritmo cadenzato, mentre “Alieni fra di noi” ha una struttura più semplice in cui chitarroni tornano a farla da padroni.

Contro la ragione” è un attimo di tregua prima della cavalcata stoner-grunge di “Inno al perdersi”, un brano pesantissimo, che sembra uscito dalle Desert Session di Josh Homme, ma con un finale progressive che richiama Queen e Genesis: forse l’episodio migliore del disco, che si chiude con la ballata “Funeralus”, un viaggio di quasi sette minuti con un finale da pelle d’oca.

L’impressione che si ha al termine dei quasi sessanta minuti di ascolto è quella di un disco difficile, ben scritto, ottimamente suonato e prodotto in modo pressoché perfetto. Cosa volere di più? A voler essere pedanti, forse, un pelo di freddezza in meno che, però, ne siamo certi, scomparirà durante i concerti.

Francamente: avercene di gruppi così in Italia.

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