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L’esordio di Hozier, la nuova voce d’Irlanda

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Con un certo ritardo rispetto al resto del mondo, il 13 gennaio uscirà anche in Italia l’album di esordio di Hozier, ventiquattrenne cantautore irlandese che ha fatto tanto parlare di sé per il singolo d’esordio “Take Me to Church”: un brano scritto meravigliosamente ed interpretato anche meglio, e che, tanto per il testo quanto per il video in bianconero che racconta la drammatica storia di una coppia omosessuale nella Russia odierna, è diventato un simbolo della lotta all’omofobia.

Già, perché “Take Me to Church” ha raggiunto e superato le 9 milioni di visualizzazioni su Youtube, facendo sì che si aprisse il dibattito sulla vera natura di Hozier: mero fenomeno virtuale o artista completo?

A sommesso avviso di chi scrive, la risposta che si ottiene dall’ascolto del disco non può che essere positiva: i dodici brani che accompagnano “Take Me to Church” contribuiscono a formare un quadro d’insieme che convince per la coerenza dell’insieme, una struttura soul-rock-blues ben rodata e piacevole con alcune intuizioni veramente notevoli.

Colpisce, ad esempio, la scelta di inserire in un disco pop una preghiera rituale come “Like Real People Do”, così come colpiscono le incursioni nel folk-pop (“It Will Come Back”, in duetto con Karen Cowley) e nelle atmosfere più dark e malinconiche (l’oscurae ballata “My Love Will Never Die” costruita su accordi taglienti e grezzi, quasi nervosi, e la delicata “Cherry White”, proposta in una versione live a chiusura del lavoro).

Intendiamoci: non c’è nulla di veramente nuovo o rivoluzionario, ma la cifra stilistica è netta e facilmente decifrabile, con un briciolo di blues e tanto soul infarcito di rock e pop con leggere sfumature r&b.

Hozier scava nelle radici come Adam Duritz (“Angel Of Small Death & The Codeine Scene”), prende per mano un riff blues e lo trascina nel soul celtico (“From Eden”), omaggia il suo idolo giovanile Jackie Wilson con grinta (“Jackie And Wilson”) e mette in gioco la sua abilità di strumentista nel dark-gospel-blues di “Work Song”.

Gli episodi più deboli del disco sono probabilmente “Someone New” che strizza l’occhio a Lou Reed, senza però averne la stessa tensione, “Foreigner’s God” che suona davvero monocorde ed anche “Sedated”, che, nonostante un crescendo lirico non indifferente, si avvicina troppo pericolosamente al sound di certe boy band.

Insomma, non penso di essere eccessivamente ottimista nell’affermare che “Hozier” conserverà il suo fascino pop col passare del tempo, e per un esordio questo è già un buon biglietto da visita.

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