Hurrà Grigi

Quindicinale di calcio e non solo

il deserto inciso

libia 24-31.03.06 094Dune, sabbia e sete. Per molti il deserto è proprio questo. Un universo muto e immobile di ripetuti granelli di sabbia. Un labirinto inospitale in cui è difficile sopravvivere e quasi impossibile orientarsi. Un paesaggio monocromatico replicato all’infinito da cui sembrerà di non allontanarsi mai dal punto di partenza, nonostante le faticose attraversate in cammello o in fuoristrada, dicano il contrario. Le dune e la sabbia sono entrate a far parte del nostro immaginario collettivo, così come le leggende degli intrepidi condottieri che, alla testa di lunghe carovane beduine, sopravvivevano alle tempeste di sabbia e ai miraggi che il caldo riservava loro.Eppure il deserto si manifesta non solo sotto forma di solitudine e desolazione. Sa parlare all’uomo e, avventurandosi al suo interno, si potrà imparare a conoscerlo e a scoprire i suoi segreti. In Libia nel deserto dell’Akacus, tra le pareti di basalto che si innalzano quasi a sfiorare il cielo, sotto archi naturali di roccia o al riparo su pareti di arenaria, l’uomo primitivo ha inciso la sua vita sulle linee di diverse ere geologiche con l’unico mezzo di comunicazione del tempo: i graffiti. Intere pareti ricoperte da pitture rupestri si contendono diversi spazi temporali. I nostri antenati hanno inciso la loro storia, risalente oltre quarantamila anni fa estraendo dalle pareti di roccia i colori per poterle narrare: il rosso, l’ocra, il giallo . Dalla pietra e dai minerali contenuti si ricavava una diversa sfumatura di colore, ma anche l’era geologica contribuiva a donare alla pietra colori differenti. Dalle tecniche usate e dagli influssi di stile con cui l’uomo primitivo pitturava, gli storici sono risaliti alla datazione precisa dei diversi stadi della preistoria. Anche le rappresentazioni sceniche hanno avuto notevole importanza per comprendere il periodo in cui avevano vissuto. Si parla di uomini contemporanei all’Homo Sapiens. Si ricordano almeno tre periodi pittorici importanti: la grande fauna selvaggia, il periodo delle teste rotonde e il periodo pastorale. Oggi i cicli pittorici sono tutelati dall’Unesco e rientrano nel Patrimonio dell’Umanità. Per poter esplorare i diversi siti rupestri  disseminati nel cuore del deserto mi avvalgo di una guida Tuareg. Il copricapo blu che indossa e il suo viso imperscrutabile gli conferisce fascino in abbondanza. Alla guida del quattro per quattro, con veterana esperienza, affronta le piste di sabbia da vero professionista e lanciando l’autovettura a velocità sostenuta, sale e scende dalle dune con disinvoltura. Io però ho il fiato sospeso ma l’esperienza è davvero esilarante.  Il fuoristrada si ferma di continuo. Ogni qualvolta ci sia un sito da visitare. Le soste sono davvero moltissime. Nel raggio di una manciata di chilometri non si contano le opere a cielo aperto: tutte estremamente interessanti e da conoscere da vicino. All’ombra di un anfratto che coniuga il passato remoto mi incanto dinanzi alle scene di caccia e di vita familiare del periodo pastorale, il più fiorente nel dare il giusto risalto ai particolari. Perfettamente intatti i colori mentre le opere, si distinguono per maestria e contenuti; come se il tempo non fosse trascorso. Dell’artista vissuto migliaia di anni or sono, spicca il tocco artistico e di fine fattura.  Lo immagino ancora irsuto, dalle sembianze scimmiesche chino sulla parete a illustrare ogni momento della sua giornata. Non lo sa ma il suo bisogno di comunicare espresso con la pittura è la chiave che apre le porte all’eternità delle sue opere. Preservati dal clima arido e dai ripari, i graffiti suggellarono con il tempo l’eredità ai posteri. E ora io sono qui che attentamente li guardo. Ecco un gruppo di pastori attorno al fuoco e una donna intenta alla cucina. C’è poi un’immagine dal valore più intimo in cui vengono ritratti uomini intenti alla loro pulizia del corpo. Uno si annoda i capelli, dopo averli pettinati, in un’acconciatura a cimiero. La scena della caccia è ricca di simbolismi e a prima vista alquanto paradossale. L’omino è piccolissimo e gracile. Rincorre una preda forse un bovide, molto più grande di lui. Nel linguaggio dipinto e in tutte le opere conservate, traspaiono emozioni e inquietudini, come parti dominanti della natura dell’uomo. Nelle dipingere le dimensioni dell’uomo e della bestia l’artista vuole comunicarci l’incertezza del risultato finale come pure la fragilità della vita e quanto si sia impreparati ad affrontarla. Ieri come oggi.

Continua a leggere l'articolo dopo il banner

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *