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Quindicinale di calcio e non solo

Jeff Tweedy, genio eclettico ed intimista.

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Da sempre mente pensante dei Wilco, una delle più grandi band statunitensi contemporanee, Jeff Tweedy ha finalmente deciso di dare alle stampe il proprio primo disco solista.

Per farlo, dice con la sua solita ironia, ha dovuto aspettare 18 anni perché doveva far crescere un batterista: già, perché dietro i tamburi siede un collaboratore d’eccezione, ovvero suo figlio – appunto diciottenne – Spencer.

L’intero lavoro, d’altronde, è pensato e scritto per la propria famiglia, a cominciare dal titolo “Sukierae”, che altro non è che il nomignolo della moglie.

Si tratta di un album molto lungo (composto da 20 pezzi per una durata complessiva di 72 minuti) ed estremamente vario da un punto di vista musicale: si spazia dal dal rock al folk, dal country all’avant pop, passando per il jazz e la psichedelia.

La partenza è affidata alla brevissima e rabbiosa “Please Do not Let Me Be Misundertood”, più simile ad un pezzo dei Pixies che non ad uno dei Wilco; si continua con “High as a Hello”, una splendida ballad alt-country, pervasa da armonie melodiche tipiche del pop anni 70, che caratterizzano anche “World Away”.

Le dissonanze chitarriste di “Diamond Light Pt. 1” ci trascinano in un’altra dimensione, più intima, che culmina con “Wait for Love”, caratterizzata da uno dei testi più struggenti mai scritti da Tweedy, influenzato dal linfoma che ha colpito la moglie: “I guess you say we don’t matter and I bet that could be true. But I still wanna look in your eyes and say I’ll wait for you”. 

Low Key” sembra costituire un punto di incontro tra i Wilco ed i Motorpsycho più ispirati ed è impreziosita da un ponte che si basa su intreccio vocal-chitarristico praticamente perfetto, così come perfetta è l’atmosfera coinvolgente di “Slow Love”.

Altrove, ritroviamo tutto il fascino della polvere americana: la disarmante dolcezza di “Honey Combed”, esempio di quella malinconia acustica marchio di fabbrica dei primi Wilco, così come il country da manuale di “Fake Fur Coat”, o la freschezza sixties/pop di “Summer Noon” e “New Moon”.

In conclusione, mi sento di poter dire che, nonostante tutti gli episodi siano riusciti perfettamente e nonostante alcuni lo considerino una mera variazione al solito tema già ampiamente sviscerato da Tweedy con la propria band, “Sukierae” costituisce una splendida conferma del talento di questa figura visionaria, genuina e, a suo modo, carismatica.

In ogni caso, non perdetevelo dal vivo, se dovesse passare da queste parti: non ve ne pentirete.

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