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Il giorno migliore di Thurston Moore

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Quando ho iniziato l’ascolto di“The Best Day”, il nuovo lavoro di Thurston Moore, non sapevo cosa aspettarmi, per diversi motivi.

Innanzi tutto per la riverenza dovuta ad uno dei miei idoli di gioventù, quando con i Sonic Youth era tra i pochi ad invocare una Teenage Riot che, a suon di Marshall, ponesse fine ai plasticosi anni 80. Poi perché i dischi precedenti, “Trees Outside the Academy” e “Demolisched Thoughts” erano due grandiosi dischi acustici, mentre l’anno scorso, con i Chelsea Light Moving, si era riavvicinato ad atmosfere tipiche della no wave newyorchese dei primi anni 80 che ormai parevano dimenticate. Infine, perché il brano omonimo, in rete da qualche tempo, mi aveva detto davvero poco.

The Best Day”, invece, è qualcosa di completamente diverso dalle ultime produzioni di Moore e, soprattutto, è un gran bel disco. Un disco dalle sonorità familiari, per chi è cresciuto a pane e Sonic Youth: si ritrovano le sonorità tipiche dei lavori della band degli anni 90, a cominciare da quel gioiellino che era “A Thousand Leaves”.

Sessanta minuti suddivisi in otto brani, a cominciare dalla ipnotica “Speak To The Wild”, tutta giocata sugli incroci chitarristici di Moore e James Sedwards e dalla lunghissima (undici minuti) “Forevermore”, a suo modo una canzone d’amore, dal testo oscuro, ricco di richiami religiosi, che poggia su una melodia in continua evoluzione: un brano che, anche grazie al lavoro come sempre egregio di Steve Shelley alla batteria e di Deb Googe al basso, non può lasciare indifferenti.

L’atmosfera cambia radicalmente con la successiva “Tape”, le cui sonorità richiamano “The Battle Of Evermore” dei Led Zeppelin, mentre “The Best Day” non spazza via le perplessità che aveva suscitato in me dopo i primi ascolti.

Detonation” è un brano dall’incedere nervoso e dal testo cantato con rabbia con cui Moore sembra volere rivendicare la propria attitudine antisistema, che sembrava affievolita con gli anni, ma che, con il trasferimento a Londra sembra essersi riaccesa.

Vocabularies” ci guida verso il gran finale: la cavalacta sonora di “Grace Lake” costituisce un’altra vetta del disco e ci presenta un Moore ai massimi livelli compositivi e di ricerca sonora, che lo portano ad indovinare un riff che ritroviamo all’inizio della conclusiva, rabbiosa, “Germs Burn”.

Moore ci saluta gridando “Start a Fire, Stop a Fight” e risiede forse in queste parole l’essenza dell’intero lavoro, quasi fosse una dichiarazione di intenti del nostro che, lasciate alla spalle tutte le proprie recenti vicissitudini (separazione da Kim Gordon e conseguente scioglimento dei Sonic Youth), sembra finalmente pronto a riprendere le proprie lotte e ad andare in questa nuova fase della sua vita.

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