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Il ritorno di Max, il più bravo di tutti

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Max Manfredi è la testimonianza vivente del difficile stato in cui versa la musica d’autore in Italia da alcuni anni a questa parte.

Già, perché un artista che Fabrizio De André ebbe a definire come “il più bravo di tutti” e Roberto Vecchioni “uno che non posso nemmeno limitare con il termine di cantautore, che ha vinto due Targhe Tenco (nel 1990 e nel 2009) e che ha fatto gridare al miracolo critici e pubblico con “Luna persa” (uscito, appunto, nel 2009) dovrebbe essere conosciuto e apprezzato da platee ben più vaste di quelle di fronte alle quali è abituato ad esibirsi.

E invece, no: ancora oggi, dopo trent’anni di carriera e sei dischi meravigliosi, Manfredi continua ad essere “di nicchia”, ama esibirsi per il proprio affezionatissimo pubblico in piccoli club e circoli sparsi per tutta la penisola e pubblica i propri lavori per piccolissime etichette (questa volta la Gutenberg Music).

Dremong” (questo il nome dell’ultimo lavoro, uscito a inizio settembre), inoltre, ha visto la luce grazie alla tecnica del crowdfunding ed alla generosità di 201 raisers che hanno voluto essere coproduttori di questo disco trasversale, che alterna ritmi quasi progressive a quelli tipici della world music, fino a sconfinare nel rock. 

Un disco in cui suoni delle tastiere vintage si sposano con quelli della chitarra classica, della chitarra elettrica, di strumenti tradizionali come il glockenspiel, la concertina, gli orientali gu-qin e go-zen, i flauti, il violino, la batteria, le percussioni e il basso fretless: il tutto grazie agli storici musicisti della “Staffa” Marco Spiccio, Matteo Nahum e Fabrizio Ugas, presente anche in veste di produttore artistico insieme allo stesso Mafredi.

E poi ci sono i testi: Manfredi è un vero maestro nel manipolare le parole, nel mescolarle per tirarne fuori brani struggenti (“Notte”) o visionari (“Finisterre”), sarcastici (“Anni settanta”), o goliardici (“Il negro”).

Come primo singolo è stato scelto “Disgelo”, che ben rappresenta l’intero lavoro e con il quale Max, attraverso gli occhi di un piazzista, ci racconta un’Italia ed un’Europa ormai cristallizzate nei loro ritmi stupidamente veloci e nella loro mediocrità quasi autoimposta. E lo fa attraverso gli occhi di un uomo che non ha più tempo di soffermarsi sulle singole impressioni e vive solo nell’eterno desiderio di tornare dal suo amore, in attesa di quel disgelo, che gli consenta di accettare,​  finalmente, il mondo moderno.

Eccolo, allora il nocciolo del messaggio di “Dremong”, un disco certamente non facile, e che senza ottimismo, né pessimismo, ci regala uno sguardo originale, complesso e neutrale sulla realtà che ci circonda e che spesso non siamo in grado di comprendere.

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