L’ostica Croce dei Father Murphy

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Come la croce è fatta da due assi, così pure i Father Murphy, dall’anno scorso, si costruiscono sulle sole traiettorie di Freddie Murphy e Chiara Lee. E su una dialettica tra due elementi, allo stesso modo, si struttura anche “Croce”, il nuovo album del duo trevigiano, titolato in italiano malgrado l’uscita per la statutinetnse The Flenser e la registrazione ed il mixaggio di Greg Saunier dei Deerhoof.

Il lavoro sulle percussioni, tutte ormai riprodotte su macchina, rende “Croce”, a tratti, un disco più distante dai consueti modelli dei Father Murphy (Swans in testa), anche se ormai la band ha sviluppato un linguaggio tutto suo, fatto di noise disturbantemantra vocali sempre più concentrati, organi graffiati e chitarre stravolte.

Le linee scheletriche di “In Solitude”, in cui la chitarra è scartavetrata con maniacale cura, tra larsen e interferenze buie in crescendo, in una devastazione che però fuma di viscere profonde, sono forse il punto più basso del dolore e il punto più alto del disco, vera vetta del Calvario che i colpi durissimi di “A Purpose”, dopo l’intro più melodica – ma di una beffarda melodia – di “Blood Is Thicker Than Water”, avevano aiutato, a furia di grida strazianti e puntelli, a raggiungere.  

La musica dei Father Murphy è sempre più sciolta da ogni riferimento a un genere: è sempre più installazione sonora, cabaret virato all’horror, messinscena dark, opera concettuale. I pezzi sembrano stazioni di una sacra rappresentazione o di una via crucis per il teatro. Ci si ferma, si osservano lo sferragliamento e l’esposizione del dolore (“Long May We Continue”, “All the People Yelling Fire”), tra tonfi di beat e cori funebri, e si passa oltre.

È il disco più sperimentale dei Father Murphy, e anche il più inattuale, ma che proprio questo tempo l’abbia fatto partorire fa paura e dà speranza. Al di là del terrore, infatti, il potenziale catartico c’è: “We Walk By Faith”, con tromba ad accompagnare la solenne recitazione (non più canto) di Freddie, rilancia verso dimensioni più alte e astratte, con la tensione strumentale a metà pezzo che tiene come sospesi.

Una salvezza privata è concepibile, ma accompagnata a un requiem collettivo (“They Won’t Hurt You”), come l’imponenza dell’organo a canne, nel finale, suggerisce, sicché l’incrocio della propria traiettoria con quella degli altri non sembra poter dare altre figure se non la croce stessa, concedendo però al singolo una dissolvenza leggera come quella accennata in copertina.

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