Il ritorno di Father John Misty

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I Love You Honeybear”, il secondo lavoro di Father John Misty, al secolo Josh Tillman, rischia di essere uno dei dischi dell’anno: un lavoro smaccatamente pop, ispirato dalla rottura con i Fleet Foxes (gruppo nel quale ha militato in veste di batterista sino al 2011) e da un uso smodato di droghe psichedeliche.

La prima cosa che colpisce è la dicotomia tra le tematiche trattate, spesso oscure e sempre molto forti, e le melodie leggere, su cui spicca il timbro vocale di Tillman che ci riportano ai fasti dei crooner americani degli anni Settanta.

Prendete “Bored in The Usa”: sulle note di una ballad delicata, Tillman disegna un affresco degli Stati Uniti odierni, tra mutui subprime, antidepressivi prescritti come se piovesse e la critica di una società oltremodo consumistica, dove la disillusione dell’autore si condensa in un crescendo liberatorio: “Save me white Jesus!”.
Il nostro, comunque, sembra preferire
spesso il privato all’invettiva: “Chateau Lobby #4”, impreziosito dagli inserti mariachi (!!!) nel finale, così come “StrangeEncounter” e “When You’re Smiling And Astride Me” sono vere e proprie perle, impreziosite da arrangiamenti che sfiorano la perfezione, grazie all’apporto di archi, cori ed assoli di chitarra maledettamente ignoranti.

Ed è proprio qui che si palesano le evidenti diversità con “Fear Fun” (il suo primo lavoro, datato 2012), che appariva più legato al mondo del country-rock, nonchè decisamente meno elaborato dal punto di vista della produzione.

Dopo la parentesi elettronica di “True Affection”, in curiosa antitesi con il testo (“When we can talk with the face, instead of using all these strange devices?”), “The Night Josh Tillman Came To Our Apartment” mette apertamente a nudo tutte le debolezze dell’autore, pur senza perdere la sua vena umoristica : “She says ‘like literally’ music is the air she breathes, I wonder if she even knows what that word means,  well it’s ‘literally’ not that”.
E ancora tutte le insicurezze di Tillman vengono a galla nell’acustica “Holy Shit”:“Love is just an institution based on human frailty”.

Profondo nei testi, quanto estroverso e autoironico nelle performance, con quell’immagine a metà tra Gesù e un hipster in preda a trip allucinogeni, Father John Misty riesce a descrivere il suo mondo, destreggiandosi tra mille contraddizioni, evitando scientemente di dare risposte semplici agli ascoltatori, quasi esorcizzando i suoi demoni, ergendosi financo a guru musicale, un ruolo che recentemente è stato troppo spesso delegato a rapper, e che riacquista rilevanza nel mondo del cantautorato grazie a questo lavoro sontuoso, certamente il migliore della discografia di Tillman.

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